Lacchè: persona sempre pronta a manifestazioni di servile ossequio.

Il cambio della guardia alla Casa Bianca di un anno fa non poteva non essere accolto a suon di genuflessioni da parte dei sovranisti che abitano a palazzo Chigi, i lacchè rispettivamente della Garbatella e dei Navigli. Del resto la prima, Meloni Giorgia, è costretta controvoglia a interfacciarsi con le alte cariche europee come Ursula von der Leyen, ma si vede lontano chilometri che le sue simpatie sono tutte per l'uomo col ciuffo arrogante d'oltreoceano. Matteo Salvini nemmeno ci prova a interfacciarsi con Bruxelles, sovranista tra i sovranisti com'è o come sarebbe, se non fosse che la sovranità di cui va cianciando la baratterebbe volentieri per fare diventare lo Stivale la cinquantaduesima stella sulla bandiera americana, piuttosto che una delle 27 che fanno il girotondo su quella azzurra del Vecchio Continente. Niente di nuovo: il loro nonno politico, il duce del fascismo, che aveva in un feroce nazionalismo una delle proprie radici ideologiche, non regalò le ex “Terre irredente” a Htiler, durante la seconda guerra mondiale? Sovranisti che si inchinano e si appecorano ai piedi del potente di turno, a cui darebbero anche la propria madre, oltre che la borghese sovranità nazionale: tutto regolare...

I due sono in buona compagnia anche all'estero tra populisti e sovranisti più veri che presunti, appunto, perché, alla fin fine subordinano o, a essere generosi, legano gli interessi della propria nazione a quelli del cavallo che ritengono favorito nella grande corsa imperialista mondiale. Tanto per intenderci e sempre in campo borghese, sovranista era un De Gaulle che. in nome della grandeur francese, pur rimanendo in campo occidentale, uscì dalla Nato e scelse di dare la priorità al suo paese (traduzione: alla sua borghesia).

Nella questione ucraina, il colonnello Giorgia, che ha dovuto accantonare il suo debole per Putin da subito, per schierarsi con Zelensky e con l'Unione Europea, non ha mai speso mezza parola sull'atteggiamento bipolare di un Trump che un giorno dice che è la Russia a volere la guerra e quello dopo a essere guerrafondai sono i vertici del governo ucraino. Semplicemente la Meloni ha fatto buon viso a cattivo gioco finora, non facendo mai mancare (ovviamente non a spese sue ma dei redditi da lavoro dipendente) svariate tranches di aiuti in armi e denaro al cabarettista Vladimir da Kiev. Sulla stessa questione invece Salvini è sempre stato più netto, opponendo un secco no a qualsiasi forma di coinvolgimento italiano nel conflitto: pacifista, sia pure borghese? No, fantoccino di Putin.

Sulla situazione a Gaza si va da un rarissimo e timido cordoglio, senza mai sbilanciarsi troppo, da parte della Meloni (si sono sentite più parole di - finto -dispiacere da parte di un Tajani, per dire) nei confronti della popolazione palestinese massacrata dalle bombe, al totale sostegno senza se e senza ma da parte di Salvini alla causa sionista. Il ministro dell'inefficienza ferroviaria, se ha fatto riferimenti a vittime civili in questa guerra che dura da più di due anni, è solo riferendosi alle vittime israeliane, che in questo macabro conteggio e con tutto il rispetto per chi non sceglie di imbracciare un fucile e ci rimette lo stesso la vita - come vecchi, donne o bambini: vedi il 7 ottobre '23 - sono comunque sproporzionatamente inferiori alle vittime palestinesi.

Anche sulla questione dei dazi la Meloni ha mostrato fin da subito la codardia di quella che, non avendo il coraggio di dire di no a misure economiche le quali - proviamo a ragionare in chiave imperialista come se fossimo primi ministri europei - sono sembrate inique a tutti, per non recare troppo dispiacere all'amico di Pennsylvania Avenue. Almeno fino al 18 gennaio, quando finalmente ha tirato fuori gli artigli, definendo i dazi con il furioso e indignato epiteto di "errore". Sicuramente sulla schiena del Tycoon sarà corsa una goccia di sudore gelato dalla paura.

Salvini invece addirittura ha visto i dazi come una buona opportunità per l'Italia, dandone la colpa (ma come, non erano un'opportunità?) alle inefficienti politiche europee e caldeggiando una trattativa diretta tra Pontid...scusate...Roma e Washington sulla ridefinizione di percentuali e settori coinvolti. I legaioli sono davvero la più coerente, diciamo così, e becera quinta colonna dell'imperialismo USA in versione Ciuffettone, che mira a sbriciolare l'Unione europea; peraltro, i dazi alla Germania non sarebbero affatto un'opportunità per l'economia italiana, almeno per vasti e importanti comparti industriali legati a filo doppio all'industria tedesca.

La questione attualmente più spinosa è la Groenlandia, dopo quella venezuelana, in cui nessuno avrebbe sperato che Giorgia non si facesse il megafono italiano delle balle trumpiane. La presidentessa le accettava per buone,quando indicavano nel narcotraffico e non nel petrolio, che tanta gola gli fa, la causa dei raid e della destituzione di un governo - sul cui carattere socialista avremmo tanto da ridire ma non in questa sede - e la sua sostituzione con uomini molto più vicini all'entourage dello Studio ovale. La cantilena ripetuta più e più volte mentre Caracas veniva colpita al cuore sembrava che gliel'avesse suggerita l'amico Donald con un vocale su WhatsApp.

Ora tocca alla Groenlandia entrare nella wishlist, nella lista dei desideri, di Trump. Anche in questo caso, non è dato ancora sapere che parte prenderà la Giorgina nazionale e infatti le opposizioni (il ruggito del coniglio, per rubare il titolo a una trasmissione radio) reclamano a gran voce che batta un colpo in Parlamento. Sappiamo benissimo che se la Groenlandia fosse stata minacciata da qualsiasi altro paese che non siano gli Usa, probabilmente una presa di posizione da parte sua non si sarebbe fatta attendere così a lungo.

Se lo stesso atteggiamento servile fosse stato rivolto nei confronti di altri potenti, va da sé, lo avremmo denunciato ugualmente. Ma Giorgia non è mica scema, e neanche Matteo: tra tutti i potenti hanno scelto di stare dalla parte di quello che lo è più degli altri (almeno, finora...).

La Vespa rossa

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